Prmarie sì, primarie no.

Il sindaco uscente Virginio Merola

Non mi è ben chiaro il percorso che è destinato a portare alla individuazione del candidato sindaco di Bologna del centrosinistra nelle elezioni che si svolgeranno il prossimo anno.

Hanno fatto bene le Sardine a richiamare il PD ad una maggiore trasparenza, anche se era meglio evitare l’attacco personale a De Maria.

Ci sono stati gl’incontri del PD a livello di Quartiere sulla traccia di programma. Tuttavia non è stato chiarito in che rapporto sta il programma del PD con il programma del candidato sindaco nè come questo passaggio si inserisce nel percorso per la scelta del candidato.

Nella riunione a S.Donato-S.Vitale, alla quale ho partecipato, ci sono stati dei contributi, inseriti in un documento finale che non so che fine abbia fatto.

Nella stessa riunione qualcuno ha espresso una preferenza per Aitini, qualcuno si è espresso contro le primarie ma non era questo all’ordine del giorno.
Poi sul Resto del Carlino del 13 novembre è comparso un articolo assai dettagliato che dava conto delle consultazioni che il segretario Tosiani sta facendo all’interno del partito. A metà sondaggio tra le preferenze espresse in testa è Aitini, seguito da Lombardo e Lepore. Poi che succederà?

E De Maria che continua a non dirsi interessato (ma se gli chiedessero di fare il salvatore della patria penso che non direbbe di no) e la Gualmini?

Nessuna parola sui programmi, sull’alleanza (che deve essere larga, alla Bonaccini), sulle eventuali primarie…….

Se nel PD non si trova un accordo unanime (o quasi) sul candidato unico, il percorso corretto mi sembrerebbe questo: il PD predispone uno schema di programma con gli obiettivi essenziali, con cui va al confronto con le possibili forze alleate a sinistra e al centro, compresi i 5S. Si definiscono i contorni dell’alleanza e si fanno primarie di coalizione, a cui possono partecipare anche più candidati del PD (è già successo in passato). Chi vince è sostenuto da tutti: questa è la regola base senza la quale le primarie non hanno senso e sono controproducenti.

Cosa è successo in passato?

1995. Vitali vince al primo turno col 50,4 contro Gazzoni.

1999. Rottura Vitali/Partito DS. Primarie di coalizione. Vince Bartolini 79,9%. Seguono Cevenini (DS), Celli (Verdi), Paruolo (Ulivo).

Al primo turno Bartolini 46,6 Guazzaloca 41,5. Al secondo turno Guazzaloca 50,7 Bartolini 49,3

2004. Arriva Cofferati, candidato senza primarie. Dopo un’entusismante campagna elettorale vince al primo turno col 55,9 contro Guazzaloca al 40,6.

2009. Primarie del PD. Vince Delbono col 50, seguito da Cevenini 23,4, Merola 21,5 e Forlani 5,1

Delbono al primo turno prende il 49,4 e vince al secondo turno col 60,8.

2011. Primarie di coalizione vinte da Merola seguito da Frascaroli.

Merola al primo turno vince col 50,5

2016. Senza primarie perchè si ricandida il sindaco uscente. Merola al primo turno 39,5, al secondo turno vince col 54,6.

Insomma, negli ultimi 20 anni quando non c’era un candidato forte (Cofferati) o un sindaco al secondo mandato (Merola) si sono sempre fatte le primarie.

Vista la situazione legata alla pandemia (anche se non si conosceancora  la data delle elezioni), si dovranno trovare le opportune modalità organizzative e le eventuali piattaforme tecnologiche per lo svolgimento della consultazione ma al punto in cui siamo le primarie mi sembrano la strada maestra. Inoltre le primarie sono l’occasione per conoscere e valutare i programmi dei singoli candidati ed il perimetro della coalizione che li sostiene.

Per come stanno le cose in questo momento (21 novembre) non ho elementi sufficienti per esprimere le mie preferenze.

Da Emma, Carlo e Matteo nessuna risposta (o quasi)

Confesso che, senza nutrire tante illusioni, tuttavia  qualche speranza di ricevere una risposta alla lettera che ho inviato due mesi orsono ad Emma Bonino, Carlo Calenda e Matteo Renzi e che trovate anche poco sotto, in questo blog, la coltivavo.

Magari, pensavo, mi risponderà qualcuno del loro staff.

Invece, SILENZIO. Anzi no. Per la verità il 19 settembre ho ricevuto una risposta interlocutoria da parte dello staff di Matteo Renzi, che riporto di seguito:

Ciao,

Ti ringraziamo per il tuo sostegno e per averci scritto come la pensi.

Abbiamo inoltrato la tua mail a Matteo, che legge sempre tutto, poi per rispondere ad ognuno serve un po’ di tempo!
Inviaci ancora le tue riflessioni, se ti va.

Un affettuoso saluto,
Matteo Renzi staff
Chissà io continuo a sperare. Tanto non costa nulla!

Per un welfare di comunità a Bologna

Case di Quartiere

Il welfare di comunità implica lo sviluppo ed il potenziamento di alcuni servizi di prossimità, che hanno come protagonisti il Comune, i Quartieri, ASL, ASP e Terzo settore.

Può essere utile a tale scopo recuperare lo spirito e le esperienze della Bologna degli anni ‘ 70 (La febbre del fare).

Ero allora Presidente della Commissione servizi sociali del quartiere S.Donato. Sindaco Renato Zangheri. Assessori Eustachio Loperfido alla sanità ed Ermanno Tondi all’assistenza.

Innovazione nei servizi: nascono i poliambulatori. Si inaugurano i primi asili nido. Nascono i Consorzi socio-sanitari, strumento organizzativo ed istituzionale della integrazione tra i servizi sociali e sanitari. Nascono le Equipes medico-psico-pedagogiche per la chiusura delle scuole speciali e l’ inclusione dei bambini svantaggiati. Vengono assunti dei sociologi. E’ grande la partecipazione dei cittadini attraverso i Quartieri e le assemblee dove si sottolinea l’importanza della prevenzione. Le graduatorie per l’ammissione ai nidi sono gestite dai Quartieri.

Oggi più che inaugurare nuovi servizi vanno ripensati e potenziati alcuni servizi già esistenti quali: Continua…

Bologna in Ecosistema urbano 2020

Sono stati pubblicati nei giorni scorsi i risultati della indagine annuale Ecosistema urbano condotta da Legambiente in collaborazione con il Sole24ore. I dati si riferiscono all’anno 2019 e riguardano in realtà non le città capoluogo in quanto tali ma i territori provinciali, anche se diversi degli indicatori sui quali l’indagine si basa si riferiscono a servizi in ambito urbano.

Come sempre i risultati di ricerche come questa non vanno assolutizzati ed interpretati in modo strumentale dal punto di vista politico e tuttavia possono fornire utili riflessioni ed indicazioni di tipo quali-quantitativo.

Veniamo ai risultati.

Come sempre ai primi posti della graduatoria generale si collocano province del nord Italia che godono di una buona amministrazione: al primo posto c’è Trento, seguita da Mantova, Pordenone, Bolzano e Reggio Emilia. Poi Belluno, Parma e Cosenza (prima ed isolata provincia dell’Italia meridionale).

Bologna si classifica al sedicesimo posto, con un lieve arretramento rispetto al 2019 (13°) ed al 2018 (10°). La nostra provincia è comunque prima tra le province “metropolitane”, precedendo Firenze (24°), Venezia (27°) e Milano (29°). Molto più staccate le altre con Torino 80°, Roma 89°, Napoli 90° e Palermo (penultima) 103°.

Tra le regioni l’Emilia Romagna come sempre è ben piazzata, collocando 5 province tra le prime 20 della classifica generale.

Ecosistema urbano considera 18 indicatori raggruppati in 5 settori (Territorio ed energia, Aria, Acqua, Mobilità e Rifiuti). Per ogni indicatore viene stilata una classifica specifica. Se una provincia fosse prima in ognuna delle 18 classifiche parziali raggiungerebbe i 100 punti.

Trento (prima in classifica generale) ha 79,9 punti. Bologna ha 63,7 punti. Vibo Valentia (ultima) ne ha 23,3.

Per concludere possiamo dare uno sguardo ai piazzamenti di Bologna nelle graduatorie dei diversi parametri. La nostra provincia se la cava bene nei settori “acqua” (bene la capacità di depurazione e la dispersione della rete idrica) e “mobilità” (in particolare nel basso tasso di motorizzazione e nell’elevato numero di passeggeri del trasporto pubblico). Per quanto riguarda “aria” e “territorio” la valutazione è media, con discrete performances sulle concentrazioni di PM10, sul verde urbano, sull’utilizzo di energie alternative e sull’uso efficiente del suolo. Scarsa è al contrario la valutazione in materia di “rifiuti” (elevata produzione di rifiuti urbani e scarsa percentuale di raccolta differenziata).

In sintesi possiamo dire che l’indagine conferma per Bologna una buona valutazione complessiva in materia ambientale (soprattutto in confronto con le altre aree metropolitane) ed evidenzia con chiarezza i suoi punti di forza e le sue criticità che potrebbero essere oggetto d’ impegni precisi da parte dei candidati a Sindaco nelle elezioni della primavera prossima.

Cari Emma, Carlo e Matteo…..

Matteo Renzi, Carlo Calenda, Emma Bonino

Cari Emma, Carlo e Matteo, innanzitutto mi presento.

Mi chiamo Paolo Natali, ho 77 anni, sono nato e vivo a Bologna. Prima del pensionamento ho diretto il settore Ambiente della provincia di Bologna. Sono stato iscritto alla Margherita e, dalla sua fondazione ad oggi, al PD. Sono stato eletto in consiglio comunale a Bologna nel 2004 e nel 2009 nei gruppi Margherita e PD. Ho sostenuto Matteo Renzi, ho condiviso la sua azione di governo e continuo a seguire con attenzione (talvolta accompagnata da perplessità ed interrogativi) il suo impegno politico. Apprezzo Carlo Calenda, trovandomi spesso in sintonia con i suoi giudizi e con le sue prese di posizione, in particolare con la sua insistenza circa il deficit di capacità gestionale che caratterizza da sempre il sistema pubblico del nostro paese. Stimo Emma Bonino per le sue instancabili battaglie e per il suo coerente impegno europeista.

Detto ciò vi confesso la mia tristezza (unita ad una certa rabbia) tutte le volte che il lunedì sera prendo atto, nel Tg di Mentana, dei sondaggi che danno i partiti/movimenti di cui siete leaders oscillare ciascuno attorno al 3%.

Indubbiamente se penso alle vostre personalità, così forti e caratterizzate, e se analizzo con attenzione le vostre posizioni programmatiche, così come le alleanze decise in occasione delle prossime elezioni regionali e le scelte di fronte al referendum costituzionale (Azione e +Europa nettamente per il NO, più sfumata e pilatesca Italia Viva) non mi sfuggono le differenze e le diversità. D’altronde mentre Italia Viva fa parte della maggioranza di governo, Azione e + Europa sono all’opposizione.

E tuttavia ci sono anche state molte occasioni di convergenza tra voi e mi sembra che esista un comune riferimento politico, certo non esclusivo, nella liberaldemocrazia e nei suoi principi e valori ispiratori. Così come mi sembra comune una netta opposizione alla destra di Salvini e Meloni, che caratterizza anche i Verdi, altro partito/movimento del 2/3%.

Sarà forse soltanto un ingenuo desiderio di unità, merce davvero rara a sinistra, quello che mi spinge a chiedervi non una difficile ed improbabile fusione ma almeno qualche segnale e fatto concreto, lasciato alla vostra provata fantasia ed esperienza politica, che dia il senso di una tensione, di una ricerca, di un cammino verso una convergenza che possa dare vita ad un’aggregazione/federazione politica capace di raggiungere un consenso a due cifre, riuscendo magari ad attrarre anche un po’ di elettori moderati che hanno fin qui votato a destra ma che potrebbero sentirsi orfani di rappresentanza politica di fronte al populismo/sovranismo di Lega e Fratelli d’Italia ed all’inevitabile declino di Berlusconi, privo di eredi credibili.

Sogno forse la riedizione di un Ulivo a tre gambe ? E’ soltanto nostalgia ? Può darsi. D’altro canto continuo a credere nel bipolarismo e nell’alternanza ed in una legge elettorale maggioritaria che permetta al cittadino di scegliere con il suo voto da chi vuole essere governato, mettendolo al riparo dalle spericolate acrobazie postelettorali rese possibili da un sistema proporzionale. Nello stesso tempo mi auguro, ma non ne vedo purtroppo segni premonitori, una spaccatura del M5S che metta fine all’ambiguità di un movimento che spera di poter mantenere quella comoda rendita di posizione che gli deriva dal dire di non essere né di destra né di sinistra, e di poter disinvoltamente allearsi, sia con la Lega che con il PD.

Cosa ne pensate?

Resto in attesa di una vostra risposta che spero non mi deluda.

Paolo Natali

Bologna, 17 settembre 2020

Al referendum voterò NO

Referendum costituzionale

Come sapete i prossimi 20 e 21 settembre saranno “election days”: in quei giorni si voterà infatti per rinnovare un migliaio di consigli comunali, sette consigli regionali e, in tutta Italia, per il referendum senza quorum per decidere se confermare (con il SI’) o bocciare (con il NO) la modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione già approvata dal Parlamento, che prevede una riduzione del numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200).

Già diversi esponenti politici hanno dichiarato nei giorni scorsi la loro scelta di voto rispetto al referendum. Ciò che colpisce è il fatto che persone anche affini dal punto di vista politico e ideale faranno scelte diverse, dando evidentemente più peso ad alcune motivazioni rispetto ad altre: il caso forse più eclatante è quello di Romano Prodi (che voterà NO) e di Enrico Letta (che voterà SI’).

Dopo attenta riflessione ho deciso che il mio voto sarà NO. Cerco di spiegarne le ragioni. Continua…

Umiltà, umiltà !

Piattaforma Rousseau

E così il M5S attraverso il voto di poco meno di 50.000 dei suoi aderenti, ha cambiato due dei suoi tratti identitari più caratteristici. Il tutto è avvenuto un po’ alla chetichella, senza l’enfasi dei proclami del passato (“oggi abbiamo abolito la povertà”, “onestà, onestà” che magari oggi potrebbe suonare meglio “umiltà, umiltà”….), facendo passare come normale cambiamento e fisiologica evoluzione quella che in realtà è la correzione di due tra i tanti errori e ingenuità che sono all’origine del Movimento.

Intendiamoci: il limite dei due mandati nelle cariche istituzionali è assolutamente condivisibile , se presentato come indicazione di opportunità (è bene che non ci sia chi vive di politica) e non come vincolo rigido ed inderogabile, salvo poi aggirarlo con il comico “mandato zero” e solo per i consiglieri comunali (in attesa di una prossima deroga per tutte le cariche istituzionali). Il problema è quando il limite dei due mandati viene motivato (come hanno fatto i “grillini”) con “noi non siamo politici di professione” e “noi non siamo come la Casta” (non è casuale che il libro di Stella e Rizzo ed il Vaffaday di Grillo siano più o meno contemporanei) e sottende uno svilimento del mandato parlamentare e della democrazia rappresentativa, vedi la battaglia per la riduzione del numero dei parlamentari, visti soltanto come un costo da ridurre e come dei semplici portavoce (“uno vale uno”, poco importa la loro competenza ed esperienza). E che dire del mito della democrazia diretta esercitata attraverso una piattaforma a gestione privata, poco trasparente e che esclude di fatto i cittadini non avvezzi all’informatica. Anche l’obiettivo della eliminazione dalla Costituzione del “senza vincolo di mandato” fa parte di questa identità che comincia a cambiare (ma è bene che avvenga senza dare tanto nell’occhio, secondo i leaders del Movimento, e soprattutto senza ammettere di avere sbagliato). Tra parentesi sono tantissimi i parlamentari del M5S che in questa legislatura hanno cambiato gruppo.

Il secondo quesito prevedeva la possibilità per il M5S, in occasione di elezioni amministrative, di fare alleanze non solo con liste civiche ma anche con i partiti “tradizionali”.

Anche in questo caso cambia uno dei tratti identitari del Movimento, quello cioè che considerava tutti i partiti “tradizionali” come viziati dalla corruzione e dal poltronismo, soggetti insomma con cui non si poteva fare alleanze per non contaminarsi. Solo il M5S era puro e perfetto, espressione della migliore società civile. Dopo ripetute e cocenti sconfitte in elezioni comunali e regionali si è preso atto della realtà, come in tanti altri casi, e se ne sono tratte le conseguenze, ma ancora solo per le elezioni amministrative. A livello nazionale, peraltro, negli ultimi anni il M5S è passato con grande disinvoltura (non sarà che le poltrone ed il potere piacciono anche ai “puri” grillini?) da un’alleanza con la Lega ad una con il PD, Leu ed IV.

Ciò sembrerebbe confermare, come affermano i suoi leaders, che il M5S “non è né di destra né di sinistra”. Sono convinto che anche questo tratto identitario (peraltro piuttosto ambiguo e surreale) è destinato prima o poi ad essere cancellato. Sarebbe bello che questo avvenisse, una volta tanto, nell’ambito di un trasparente congresso per mozioni (magari chiamandolo Stati Generali, tanto per essere-apparire diversi) che sancisse la salutare divisione del movimento.

Italia, “qui si parrà la tua nobilitate”

Dante e Virgilio

Prendendo a prestito le parole che Virgilio rivolge a Dante nel secondo canto dell’Inferno nella Divina Commedia potremmo dire che dal modo in cui l’Italia riuscirà ad utilizzare i finanziamenti messi a disposizione dall’Europa si potrà vedere quanto vale il nostro paese e saranno messi alla prova il suo valore e la sua credibilità.

Di ritorno dalle vacanze riprendo, sviluppo ed aggiorno quanto avevo scritto nel post del 12 giugno, dopo gli Stati Generali, anche alla luce di due articoli che ho letto nel frattempo e di cui condivido integralmente il contenuto (“All’Italia serve concretezza” di Boeri e Perotti su Repubblica del 24 luglio e “Le riforme senza costi (che ancora non si fanno)” di Sabino Cassese sul Corriere della Sera del 3 agosto).

L’Italia, come gli altri paesi europei che intendono accedere ai finanziamenti messi a disposizione per il rilancio economico e sociale dopo la crisi causata dalla pandemia, dovrà presentare entro settembre/ottobre un Piano/programma di riforme e progetti d’intervento.

Fino ad ora non si è andati oltre l’enunciazione di titoli e di obiettivi general-generici, accompagnati da un acceso scontro di carattere ideologico, che vede come protagonisti principali da un lato il PD, dall’altro il movimento 5Stelle, circa l’opportunità o meno di utilizzare una delle linee di finanziamento prevista, vale a dire quella del MES, che per l’Italia potrebbe portare ad un prestito fino a 36 miliardi di euro, ad interesse praticamente nullo, con cui finanziare interventi diretti o indiretti in campo sanitario. Personalmente credo che sarebbe assurdo rinunciare a questo prestito, assai più vantaggioso di quello che l’Italia può attivare sul mercato dei titoli di stato, ma è comunque paradossale che questa accesa discussione avvenga prima ancora che, attraverso il piano/programma di cui sopra, si sia deciso quali interventi realizzare ed il loro costo: solo allora capiremo davvero di quali finanziamenti abbiamo bisogno, scegliendo tra i 36 miliardi del MES per la sanità, i 127 miliardi di prestiti e gli 82 miliardi (solo 25 netti) a fondo perduto del Recovery Fund. Continua…

Gli Stati Generali dell’economia

Gli Stati Generali

Io non so se gli Stati Generali dell’economia, fortemente voluti dal premier Conte, rispondano ad una finalità propagandistica o ad un sincero desiderio di ascolto delle parti sociali.

Quello che penso è che non rispondano alle necessità attuali del paese.

Credo infatti che negli Stati Generali non si riuscirà ad andare oltre l’ennesima enunciazione dei titoli (e poco più) dei progetti di cui ha bisogno il paese: li conosciamo da sempre, la task force di Colao ne ha ricordati un certo numero e la stessa Commissione Europea li ha indicati come condizione per poter accedere ai cospicui finanziamenti che saranno resi disponibili.

Ciò che serve in questo momento è scegliere e decidere, tra tutto il repertorio noto e disponibile, ciò su cui si vuole puntare e soprattutto, per ciascuno degli obiettivi prescelti, indicarne con chiarezza le modalità e le condizioni di realizzazione: procedura di implementazione e sue diverse fasi, chi fa cosa, cronoprogramma, risorse necessarie ecc.

Insomma bisogna riuscire in tempi brevi a definire le condizioni di effettiva attuazione e realizzazione dei diversi progetti, affinchè non rimangano dei titoli ma se ne possa prevedere ragionevolmente la concreta fattibilità.

Se la scelta e la decisione sugli obiettivi compete alla politica (governo e parlamento) il lavoro di articolazione operativa compete ai tecnici (dirigenti ministeriali ed eventuali consulenti) ed è qui che a mio giudizio s’incontrano le maggiori difficoltà, dovute alle carenze dell’alta burocrazia statale (inamovibile o rinnovata ad ogni cambio di governo ma in base a considerazioni di fedeltà politica e non di merito), all’inesistente o ambiguo rapporto tra ministeriali e consulenti (temo che gli esperti di Colao abbiano lavorato per proprio conto, senza alcuna collaborazione con gli apparati dei ministeri).

D’altro canto la gestione dei progetti statali (analogo discorso andrebbe fatto a livello regionale) è di competenza della struttura dirigenziale dei ministeri (capi di gabinetto, dirigenti generali, uffici legislativi) ed è qui che ricade la responsabilità sia dell’inefficienza legislativa (leggi che rimangono inattuate per i ritardi dei decreti attuativi) che dell’incapacità di spendere in tempi certi le risorse assegnate.

Dubito che gli Stati Generali riusciranno ad entrare nel merito di questi aspetti: da qui il mio scetticismo sulla loro utilità.

E’ del 1973 un libro scritto da Augusto Frassinetti (Einaudi editore) dal titolo “Misteri dei Ministeri”, un «trattato» beffardo e paradossale, sorretto da una lucida competenza di testimone e di sociologo, che ha per obiettivo uno dei nuclei piú kafkiani della vita italiana: le miserie e gli «splendori» della burocrazia.

Temo che la sua lettura sia ancora utile a distanza di quasi cinquant’anni.

Semplificare e sburocratizzare: un “evergreen” della politica

Labirinto amministrativo

Di semplificazione amministrativa e di sburocratizzazione si parla da sempre nel nostro paese, come di un’assoluta, urgente necessità per liberarlo da uno dei principali ostacoli che frenano il suo sviluppo economico e sociale. Ne abbiamo preso nuova e drammatica coscienza in questi mesi, in occasione della pandemia, quando l’erogazione dei finanziamenti indispensabili per assicurare la sopravvivenza delle famiglie e delle imprese è stata ritardata e resa difficile proprio dai meccanismi farraginosi previsti dalle leggi e dai decreti.

Purtroppo anche su questo il sistema politico italiano sconta un colpevole ritardo nel senso che il tema non è mai stato affrontato in modo radicale e sistematico.

Non sono un esperto di diritto amministrativo ma ho lavorato per lunghi anni come dirigente nella pubblica amministrazione. Sono andato a ritroso con la memoria ed ho messo in fila alcuni ricordi sul tema.

All’inizio degli anni ‘90 il Ministro per la funzione pubblica Sabino Cassese promosse un’iniziativa per rendere la modulistica utilizzata dagli enti pubblici più “amichevole” e comprensibile per i cittadini, spesso in difficoltà con il “burocratese”. Ricordo che utilizzando un apposito manuale riscrivemmo la modulistica riguardante le autorizzazioni in materia di vincolo idrogeologico: esperienza interessante ma rimasta isolata.

Nell’amministrazione provinciale di Bologna fu realizzato un minuzioso censimento di tutti i procedimenti amministrativi nei quali l’ente era coinvolto, descrivendone lo svolgimento, gli uffici responsabili, la relativa tempistica ecc.

Fu anche grazie a questa base informativa che come Settore Ambiente, quando c’impegnammo per il conseguimento della certificazione ambientale Emas, ci dedicammo ad un’analisi ed al miglioramento dei procedimenti amministrativi di cui eravamo responsabili (soprattutto autorizzazioni ambientali in materia di rifiuti, emissioni atmosferiche, scarichi idrici ecc.).

Fin qui i ricordi, che mi fanno ringiovanire di 20/25 anni…..

Aggiungo che sempre in quegli anni vennero introdotte una serie di misure finalizzate alla semplificazione amministrativa. Ricordo ad esempio il SUAP (Sportello unico attività produttive) che evitava ad una ditta di dover rivolgersi a tanti enti per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie, mettendo in capo ad un ufficio del Comune il compito di raccoglierle; le Conferenze di servizi che avrebbero dovuto abbreviare la tempistica dei procedimenti autorizzatori attraverso la convocazione in contemporanea dei diversi enti e servizi competenti al rilascio dei pareri di competenza; la raccomandazione di privilegiare procedimenti in parallelo anziché in serie; la pratica del silenzio/assenso e del silenzio/rifiuto e le autocertificazioni; evitare di richiedere documenti ed informazioni già in possesso dell’ente; individuazione di un responsabile del procedimento e di un tempo massimo per la conclusione dello stesso da notificare al cittadino interessato; ecc. ecc.

Anche la sempre maggiore diffusione dell‘informatica dovrebbe essere funzionale alla semplificazione ed alla riduzione dei tempi burocratici.

Conclusione.

Non dovrebbe essere impresa impossibile per un governo che non si accontentasse di proclamare una necessità ma che s’impegnasse attivamente per semplificare e sburocratizzare davvero, redigere delle linee guida a beneficio dei ministeri, delle regioni, dei comuni e di tutti gli enti pubblici del nostro paese, rendendo obbligatoria una revisione di tutti i procedimenti in capo a ciascuna amministrazione in coerenza con le linee guida stesse ed introducendo un sistema di incentivi e di penalizzazioni.